Che ne dite di approfondire insieme  a me il tema dell’Estetica in relazione al Salone del Mobile?

Esattamente un anno fa raccontavo

Oggi, invece, vorrei riprendere il passaggio dei post Ink Feather  in cui descrivevo  l’evento come

“un’esposizione che chiamo più volentieri spettacolo, talmente è immenso”. Non per parlare di tendenze e  colori.

Mi piacerebbe, piuttosto, spogliare il Salone del Mobile della sua veste scenica e riflettere brevemente  sull’evento in sé ,

  • osservando dal basso,
  • focalizzando l’attenzione sull’estetica come ponte tra chi espone e chi desidera ammirare, acquistare, … copiare e non come palcoscenico sul quale in pochi possono salire,
  • non perdendo di vista l’alta presenza di nazionalità straniere concentrate in “qualche” metro quadro d’Italia nell’arco di una settimana.

Per fare questo, però, parto dall’esteriorità che caratterizza il Salone del Mobile di Milano da un po’ di anni.

Il Salone del Mobile, la Creatività e il concetto di Spettacolo

 

Se ci pensate, tanti  imprenditori dedicano qualche mese alla preparazione dell’allestimento  del proprio spazio espositivo. Chi uno, chi due e qualcuno, secondo me in modo saggio, anche di più.

Molti capi d’impresa, dirigenti, project leader indirizzano le loro scelte d’immagine totalmente sul  “lasciare il segno” per fare la differenza.

Perché il Salone Internazionale del Mobile, appunto, ormai credo sia percepito come una vera  e propria esibizione  non solo da me.

Tanti produttori italiani, infatti, stupiscono i visitatori grazie alla loro creatività in nome del concetto di “spettacolo” che il vocabolario online Treccani spiega così:

“[…] in senso ampio, qualsiasi esibizione artistica che si svolge davanti a un pubblico di spettatori appositamente convenuto […]” ,

e si muovono, perciò, verso l’”arredamento” di stand e l’ideazione di prodotti molto attrattivi prendendo come punto di riferimento d’immagine l’estetica intesa come “[…] l’aspetto e il carattere soprattutto esterni di oggetti, prodotti, operazioni […]”,

portando la loro progettazione verso quella bellezza che io descriverei  più che altro “al di fuori e staccata dalla dimensione umana, staccata da chi la crea e da chi ne potrebbe usufruire”.

Ecco allora che gli spettatori, ovvero

  • visitatori in genere,
  • buyer,
  • potenziali clienti,

con un solo biglietto assistono in lontananza, se lo desiderano, a molte “performance”raggruppate in un’unica tappa che la tournée del Salone del Mobile offre con frequenza annuale a Milano.

E ciò, sicuramente, fa crescere di molto il fermento creativo che ruota attorno alle imprese del nostro Paese. Senza dubbio.

Il Salone del Mobile e la Relazione tra Estetica ed Export

 

Ma a questo punto mi sorge spontanea una domanda:

Se veramente il Salone del Mobile è puramente uno “spettacolo di Design”, cosa ne rimane dell’anima che caratterizza questa fiera  fin dalle sue origini?

Cosa resta del lavoro di intagliatori, ebanisti e artigiani che investono al massimo la loro conoscenza non solo durante il periodo antecedente “quei cinque giorni in vetrina” ma anche nell’arco di tempo di un anno intero?

Cosa ne rimane delle collezioni mozzafiato, sfiorate da numerosi passanti, una volta chiuso il sipario della Settimana del Design?

E soprattutto, che ne sarà delle nuove mani che proprietari, dirigenti d’azienda e commerciali avranno stretto dopo aver chiesto, oppure no, badge identificativi a volti sconosciuti e dai tratti diversi? Quelli raccolti saranno per lo più strette di mano occasionali e biglietti da visita da accumulare in qualche raccoglitore?

Secondo me no.

Sono sicura che molti del settore, però, darebbero una risposta opposta alla mia. Nonostante la loro adesione vivace al Salone del Mobile, con tanto di investimento cospicuo .

Numerosi professionisti, infatti, partecipano alla fiera solo per sfoggiare l’eccellenza dei loro capi mastro, con il risultato successivo di lamentele – causa mancanza finalizzazione “ordini Salone” – che piombano in ufficio da fine maggio ai primi di settembre.

Per fortuna, però, ce ne sono altri, di imprenditori, che si orientano in modo differente e per i quali il “business della Settimana del Design” significa:

  • mettere cuore non solo nei prodotti, ma ancora prima nelle relazioni (interne ed esterne all’azienda),
  • partecipare al Salone con mente e occhi aperti per ampliare la propria cultura attraverso la conoscenza di nuove persone dalle quali imparare qualcosa e alle quali regalare un po’ di sé e non alle quali imporre il proprio sapere sulla scia del mito del “genio italiano”.

 

La Vera Estetica, un ponte per tutte le lingue del mondo

 

Dopotutto il Design, a Milano, può essere ancora considerato un “luogo accogliente”, un punto di incontro in cui produttori e clienti sono liberi di comunicare in armonia vicendevolmente per trovare soluzioni abitative, di decorazione e di progettazione che soddisfino chi acquista e chi realizza i sogni nel cassetto.

Ecco perché quest’anno mi piacerebbe trovare un Salone del Mobile un po’ più “nudo”, leggermente meno spettacolare e più “intimo”.

Dal mio punto di vista, infatti, troppa grandezza può generare un senso di distanza nei visitatori.

con una conseguente mancanza di coinvolgimento dello “spettatore”.

Nel caso del Salone, tra l’altro, lo spettatore non assisterebbe allo spettacolo seduto su un gradino di un anfiteatro o su una poltrona in galleria. Condividerebbe aree in comune agli attori in scena, forzatamente o liberamente, incrociando sguardi e linguaggi tra i corridoi percorsi dagli stessi espositori.

Pertanto la magnificenza esteriore di padiglioni e stand, per me, striderebbe abbastanza con la modalità con cui i visitatori, in realtà, sono invitati a partecipare.

E questo contrasto non farebbe altro che fornire la perfetta giustificazione a quei potenziali clienti che – chiamati a osservare da troppo lontano prodotti distaccati e introdotti da un personale “sempre troppo occupato”-  si sentono in diritto di partecipare alla Fiera del Design in incognito per rubare idee e non per promuovere veramente le nostre aziende, svuotando l’evento della sua stessa missione.

Missione per la quale il Salone, fino a qualche anno fa, non era concepito come uno spettacolo, appunto.

Ma come un importante punto di riferimento grazie al quale trovare e coltivare nuove collaborazioni internazionali, facilitando in modo onesto l’Export del Made in Italy nel mondo.

Io credo, comunque, che anche e soprattutto oggi sarebbe possibile salvare l’anima del Salone del Mobile.

Dopotutto per migliorare non serve distruggere tutto quello che gli organizzatori hanno costruito fino ad ora.

Basterebbe, forse, qualche piccolo cambiamento, qualche piccola evoluzione etica.

Magari sarebbe sufficiente tornare a una dimensione più umana, più semplice, in cui la distanza tra la realtà imprenditoriale italiana e la realtà delle persone che varcheranno la soglia di vari stand si accorci, diventi più vicina.

Non credete anche voi?

Del resto il  senso originario della vera Estetica  andrebbe a braccetto con

  • sensibilità reciproca,
  • cultura intesa come “fare esperienza diretta”
  • conoscenza collettiva del bello

e non con una creatività che isoli, che separi .

Senza grazia, senza dialogo, senza stima vicendevole, difficilmente la bellezza potrà diventare un ponte sul quale i nostri produttori percorreranno con costanza una strada di vendita internazionale in sinergia con chi, magari e in realtà, sarebbe davvero disposto ad acquistare e promuovere l’Italianità nel mondo.

Ma questo, in fin dei conti, è solamente il mio punto di vista

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