Caspita, stavo considerando , è da un po’ che non vi aggiorno sulle vicende della Principessa dei Cristalli, vero? In realtà ne avrei da raccontare. Soprattutto in ottica di innovazione aziendale!

Che ne dite se oggi vi svelo qualche dinamica in più tra la ragazza dalle mani illuminate di rosa e Ink Feather?

Siete pronti?

Io ad accompagnarvi all’interno di questo spaccato di vita imprenditoriale, sì! Lo sono.

La Principessa dei Cristalli, Ink Feather e il Marketing da Cavalcare

Allora, se non ricordo male …

l’ultima volta vi avevo portato con me nel punto in cui Princesa non stava più nella pelle per  ricevere in regalo  Dragonfly – la poltrona contemporana dallo schienale bianco a prova di bimbo –  e nell’attimo in cui la stilista portoghese stava analizzando insieme a me la strategia d’impresa per avviare la nostra collaborazione e organizzare la spedizione della merce.

In quel frangente, però, non vi avevo ancora anticipato un dettaglio piuttosto considerevole.

All’interno di tutto questo scambio, Georgia, io e la mia Piuma Rosa abbiamo tentato di fare rete, senza concentrarci in modo egoistico solo sui prodotti disegnati da me in occasione del Fuorisalone 2018.

“Fare rete come?” potreste chiedermi voi.

Coinvolgendo una micro impresa artigiana brianzola della zona di cui non farò nome per correttezza. Rispondo a tutti gli effetti.

Tornando a dove eravamo rimasti, Princesa e io eravamo ben sintonizzate .

Per dirla meglio, stavamo iniziando a surfare la stessa identica onda che piaceva molto ad entrambe.

Ognuna a suo modo. Ognuna in modo complementare all’altra.

Cerco di spiegarvi concretamente in cosa consistesse questa “onda” di cui sto parlando tanto, facendo un passo indietro e lasciandovi entrare meglio nella mia realtà professionale. Non solo nelle mie emozioni e nelle mie sensazioni.

Quindi,

Con Princesa avevo scelto di collaborare online, condividendo metodologie di marketing di cui, a parer mio, ormai ogni struttura aziendale potrebbe – se non dovrebbe – avvalersi.

Non importa quanto piccola o grande sia la struttura.

In parole povere:

  • Ink Feather avrebbe regalato a Princesa il primo campione di Dragonfly per avviare la collaborazione con la mia piuma rosa,
  • Georgia avrebbe accettato delle condizioni di pagamento spedizione merce che avrebbero facilitato e reso trasparente l’attività fiscale di Ink Feather nonché quelle della mia società individuale,
  • Ink Feather si sarebbe imbattuta nell’avventura aziendale dell’apertura account PayPal per ricevere dalla stilista portoghese il costo di spedizione merce pari a un acquisto di un capo d’abbigliamento di lusso su Amazon,
  • Georgia, ovvero Princesa, avrebbe poi provveduto a promuovere la collaborazione tra la sua realtà e quella della mia piuma rosa con contenuti online volti a dare visibilità ai suoi vestiti preziosi e alla mia poltrona dai braccioli luccicanti.

In tutto questo, la micro impresa brianzola  di cui vi ho accennato qualche riga più in su non è stata messa in disparte. Mai. Né da Georgia né da me.

Anzi, entrambe abbiamo cercato di coinvolgerla  all’interno del nostro scambio di comunicazione corporate dal taglio informale nonostante questa:

  • avesse pezzi d’arredo sì d’autore, per lavorazione e qualità di materiale, ma anche poco malleabili rispetto all’attuale gusto d’arredo definito dal mercato di riferimento,
  • stringesse pochissima amicizia con gli orizzonti imprenditoriali dei giorni nostri e con le tecnologie per le quali il design 4.0, o addirittura quello più avanzato, sta indicando la strada a dirigenti e produttori di settore da qualche anno.

All’interno della strategia digital che Georgia e io avevamo concordato, sempre in concerto con il legale rappresentante (nonché comproprietario) della micro impresa artigiana descritta poco più in su,

la piccola azienda produttrice di mobili classici sarebbe stata coprotagonista di clip e immagini in cui Princesa avrebbe messo in risalto le sue collezioni di abiti da sera contestualizzandole in ambienti dove Dragonfly e mobili in stile avrebbero arredato lo spazio .

Ma, come potrete intuire dalle mie parole, non tutte le storie finiscono esattamente come si vorrebbe.

Soprattutto quando le collaborazioni in questione tendono all’innovazione aziendale.

L’Innovazione Aziendale nelle Micro Imprese Artigiane, La Principessa dei Cristalli e Ink Feather

Dopotutto, l’innovazione aziendale richiede sempre o quasi:

  • una sufficiente,buona, o meglio ancora ottima, capacità introspettiva di analisi da parte dell’azienda che vuole evolversi,
  • una sana consapevolezza dell’azienda stessa nei confronti della sua identità come singola unità e come unità operante in un mare pieno di pesci (nel quale si trovano preziose specie di pesci collaborativi e le più famose specie ittiche chiamate pescicane)
  • una buona ottima, dose di coraggio nel trasformare le analisi del caso in vere e proprie azioni – gestionali, d’organizzazione, di marketing, di vendita,e chi più ne ha più ne metta – in base alle proprie possibilità e, soprattutto, in base alle proprie … potenzialità (se ci si fermasse alle possibilità, gran parte degli imprenditori dovrebbe smettere di fare il proprio lavoro. Almeno credo).

In sintesi e per semplificare,

 l’innovazione aziendale richiede fatica e sforzo. Come ogni atto volto alla vera crescita.

A questo punto dell’articolo il mio amato ipotetico lettore cinico mi potrebbe dire tutto trionfante:

“Vedi, te l’avevo detto che le tue parole e il tuo lavoro sono solo una gran perdita di tempo!”

Come contraddirlo in tutto ?!

Se all’interno dell’azienda che necessita  di evoluzione non nasce il desiderio di migliorare,

effettivamente il mio amato lettore un po’ cinico avrebbe ragione.  L’innovazione aziendale non è altro che una gran perdita di … energia (e quindi, per lui che tende a vedere la vita come una grandissima fatica da schivare, una gran perdita di tempo)!

Ma – ultimamente me ne escono di congiunzioni avversative! Avete notato ? – e per tornare con i piedi sulla terra di Georgia, di Ink Feather e della piccola impresa della zona,

se tre realtà diverse hanno la possibilità di collaborare in vista di un obiettivo che, oltre ad essere esteticamente interessante, porta, nel medio e nel lungo periodo, a del beneficio aziendale concreto per tutte le parti coinvolte,

perché non mettersi in gioco?  Perché non farla questa fatica?

Perché non far fruttare le occasioni che i social e i nuovi assetti aziendali ,in realtà, offrono a tutti quanti ?

Per me la risposta sarebbe molto semplice, l’avrete capito anche voi che mi seguite con costanza.

Mettersi in gioco dà la possibilità di potenziare noi stessi – personalmente e aziendalmente – ricordandoci

  • delle caratteristiche che ci rendono speciali,
  • dei nostri confini più marcati,
  • dei limiti che, invece, possiamo superare con determinazione e volontà.

 

In questo caso, però, non sono io a dover rispondere al quesito. E non lo è nemmeno la Principessa dei Cristalli. Non trovate anche voi?

In questo caso la micro realtà artigiana che, insieme a Georgia , ho portato con me, – tra aspirazioni, minacce  e potenziali partnership – , quella, di realtà, avrebbe bisogno di chiarire una volta per tutte gli obiettivi che veramente vuole raggiungere.

Prima ancora di sfruttare l’onda che Princesa e io, con la mia piuma rosa, stavamo iniziando a contemplare.

Del resto,

quale surfista si mette a cavalcare un’ onda senza essersi prima posto un obiettivo specifico, senza aver osservato ed esplorato rischi e possibilità che l’onda stessa, con tutta la sua potenza e incutendo un po’ di timore, offre?

Per questa volta non sarò io a rispondere. Nemmeno Georgia.

E vi saluto, lasciando il quesito aperto …

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