Le Pmi, i caffè e il passaparola “win-loose”

 

Non so se a voi sia mai interessato almeno una volta, a me sì. Mi riferisco al passaparola aziendale e alla sua relazione con l’onestà e con lo sviluppo d’impresa

In particolare mi piacerebbe approfondire brevemente come alcune realtà della zona, Pmi e non solo,   mettano in circolo “voci di corridoio” soprattutto sui concorrenti che desiderano allontanare, al posto di  attivare un passaparola positivo, o comunque coincidente, sulla propria attività attraverso azioni di marketing leale, attraverso azioni ben definite e aperte al confronto.

In Brianza ancora molte persone dirigono le imprese seguendo una filosofia “win- loose” con il desiderio di bruciare i loro concorrenti come fossero veri e propri rivali da allontanare, avviando dei passaparola poco reali e sicuramente molto interessanti per chi è a caccia di gossip tra un colloquio e una riunione di lavoro.

Posso scrivere questo sulla base della mia piccola  esperienza quotidiana.

Fino a non molti mesi fa, infatti, prima che il servizio di Counseling Ink Feather  si bloccasse – e lo dico senza troppi misteri, giri di parole o senza incolpare qualcuno a tutti i costi – mi è capitato spesso di entrare in relazione con proprietari d’azienda, dirigenti o manager che, con la scusa di un caffè, hanno riempito l’incontro di pettegolezzi .

Per la precisione, di informazioni negative anche troppo particolareggiate su operatori di settore con i quali, probabilmente, questi dirigenti, questi manager, questi commerciali e … queste aziende non avevano a che fare davvero.

Forse, ci fosse stato qualcun altro al posto mio, quei caffè offerti sarebbero stati motivo di felicità, di curiosità.

Caffè umani vs passaparola disonesto: una partita persa da entrambe le parti

Per me, invece, in quei caffè si è disperso il sogno lavorativo di collaborazione aziendale nell’esatto attimo in cui la mia buona volontà tentava di essere snaturata in altro.

Le persone a cui mi rivolgevo, infatti, credo proprio mi chiedessero implicitamente di affondare in bugie e di attivare un passaggio esterno di informazioni volto esclusivamente a ledere o screditare la concorrenza.

Passaggio che personalmente, anche da “adulta”, non contribuisco a diffondere.

Infatti, tuttora – e se lo desiderate, potreste chiamarmi “bambina” per questo, ne sarei solo felice –  a me piace:

  • raccontare fatti reali,
  • iniziare relazioni professionali fondate sull’umanità e sul desiderio di conoscersi veramente,
  • progettare in sinergia sogni realizzabili.

Con questo non voglio negare che anche io, durante “quei caffè”,  non diffondessi qualche notizia.

Perché sicuramente l’ho fatto, consapevolmente, ma sempre partendo dalla mia esistenza personale, con lealtà, ascolto e riservatezza dove necessario, anche quando avrei potuto divulgare informazioni molto sensibili circa il lavoro di persone che avevano lasciato l’amaro in bocca.

Tra il divulgare notizie false e a puro scopo di “intralcio” e il parlare di quello che ci tocca da vicino, credo ci sia una grande differenza.

Aprirsi non significa sempre “spettegolare”. E il non diffondere notizie false non sempre significa non inserirsi bene all’interno di un contesto professionale …

Il passaparola coerente e l’apertura delle informazioni sincere

Secondo me, infatti, il porsi verso qualcun altro in modo aperto non per forza ha a che fare con

  • il raccontare bugie
  • l’essere inopportuni
  • il desiderare il male di chi, invece, potremmo stimare.

 

Soprattutto perché “ gli altri”, tra cui i lavoratori, sono risorse.

E trovo che sia così anche quando incontro persone che desiderano porre un muro di fronte, oppure quando sono affaticata, delusa e infastidita da colleghi o conoscenti che vogliono evitare a priori miei particolarità e difetti.

Cerco di non scordarmi mai, per quanto mi sia possibile, che la società non è costituita solo da me e dalle persone alle quali tengo maggiormente.

Che la concorrenza non è per forza “un rivale”, un “qualcosa alla quale bruciare la terra intorno”.

Perché senza concorrenza, senza imprese con trascorsi diversi, il singolo individuo e la singola azienda non evolverebbero come potrebbero o, comunque, non sarebbero anche solo stimolati a dare di più.

Questo però, per me, non ha nulla a che vedere con lo sbattere porte in faccia a “colleghi” ritenuti ingombranti, a professionisti – giovani o adulti che siano – con i quali, invece, i dirigenti, i manager, i commerciali e i proprietari d’azienda potrebbero entrare in sinergia mettendo da parte

  • la paura di non essere più sulla cresta dell’onda,
  • la tradizione eccessiva, quella che giustifica perfettamente il desiderio di non provare a cambiare.

Provate a pensarci. Se a priori i concorrenti  – o anche più semplicemente i colleghi – sbarrassero la strada  e l’esistenza, subito, ai nuovi entranti o ai colossi,

il mercato non rischierebbe di restare troppo fermo, poco produttivo sul presente e poco interessante sul medio – lungo periodo?

Ecco perché, sempre secondo me – immagino anche secondo chi desidera  davvero crescere – attivare passaparola distruttivi nei confronti di persone o aziende lontane dalla propria quotidianità non solo può risultare disonesto ma anche e soprattutto “a effetto boomerang” per  chi le mette in atto  queste azioni basate su contesti poco oggettivi.

E,allora, tornando al punto iniziale della riflessione di oggi, per una strategia che sia veramente volta allo sviluppo e all’evoluzione aziendale, secondo me  ci sarebbe bisogno di caffè genuini, semplici e di parole sincere.

Ci sarebbe bisogno di mettere a nudo noi stessi, raccontando di noi e delle nostre relazioni  senza riempire le possibili conversazioni con gli interlocutori di riferimento di numerosi

“ È”

  • agitata/o
  • impaziente,
  • inesperta/o,
  • gonfia/o,
  • Ingenuotta/o
  • Incostante
  • Etc, etc.

Secondo me così potremmo iniziare a fare davvero la differenza. Partendo dal piccolo.

Partendo  dai dettagli veri, da pensieri meno d’etichetta e più calati nel vissuto quotidiano. Da frasi come “mi trovo bene/ sono molto soddisfatto/non mi piace/ sono a distrutto da”, “vorrei”, piuttosto che gli “è” della lista qui sopra.

Probabilmente voi avrete un punto di vista diverso dal mio.

In ogni caso io continuerò a sperare in una concorrenza con cui scambiare informazioni oneste e con cui trovare un punto d’incontro aziendale. E continuerò a farlo anche per chi, ormai da troppo tempo, ha smesso di credere nei sogni realizzabili …

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